Una delle domande che mi vengono fatte più spesso è questa: «Quanto il nostro passato determina il nostro futuro?».

È davvero una questione importante, direi esistenziale. Se pensi che il passato abbia una forte influenza sul tuo futuro, tenderai inevitabilmente a lasciarti andare come una barca senza comandante che va piano piano alla deriva, come se fossi un impotente spettatore della tua vita. Se sei convinto di questa teoria, sarai probabilmente una persona con una forte inerzia e avversione al cambiamento. Inoltre non sarai propenso ad assumerti le tue responsabilità, proprio perché tendi a ricercarle semmai nel tuo passato.

Tuttavia, è sufficiente andare indietro di qualche secolo per incontrare il noto psicologo Freud e la sua fitta schiera di seguaci, i quali credevano che qualunque evento psicologico delle nostre vite (persino quelli apparentemente futili, come i nostri desideri, i sogni o quei piccoli e inevitabili traumi da cui passiamo tutti) è strettamente determinato da forze provenienti dal nostro passato. Dicevano “L’infanzia non è soltanto formativa, ma determina la personalità adulta”. Noi ci fissiamo allo stadio infantile, in cui alcuni problemi restano irrisolti e trascorriamo il resto della nostra vita tentando vanamente (e spesso inconsapevolmente) di risolvere tali conflitti, legati perlopiù alla sessualità e all’aggressività.

E infatti era solito che gran parte del tempo della terapia trascorreva in lunghe e dettagliate rievocazioni dell’infanzia, cercando di tirare fuori dal paziente anche il più piccolo indizio per capire la sua influenza sul suo presente. Ma è davvero necessaria e utile questa analisi così minuta (a parte per l’onorario dello psicanalista)?

La cosa non si esaurisce, ma va avanti fino ai giorni nostri in cui anche i più popolari movimenti di auto-aiuto dei primi anni Novanta derivavano direttamente da tali premesse deterministiche. Questi movimenti affermavano chiaramente che sono i nostri traumi infantili, e non le nostre decisioni errate o le nostre deficienze di carattere/genetico, la causa dei problemi in cui ci dibattiamo da adulti. L’unica guarigione a tutto questo è unicamente affrontando quei traumi remoti e liberarci dalla vittimizzazione.

Personalmente invece, concordo con quella folta schiera di studiosi di psicologia e comportamento che ritiene gli eventi dell’infanzia sopravvalutati, anzi, dirò di più, che tutta la storia passata in generale sia sopravvalutata. Infatti, rinvenire nella personalità adulta effetti (anche solo modesti) degli eventi vissuti nell’infanzia si è rivelata impresa tutt’altro che facile e non vi sono prove di effetti deterministici che i vissuti dell’infanzia influiscano sulla personalità adulta. Tuttavia, infiammati di entusiasmo per la teoria secondo cui l’infanzia avrebbe grande influenza sullo sviluppo adulto, da settant’anni a questa parte molti ricercatori si sono sforzati di trovarne conferma. Si aspettavano di trovare prove eclatanti di effetti devastanti sulla vita adulta da parte di eventi infausti vissuti nell’infanzia, come morte o divorzio dei genitori, malattie fisiche, punizioni, abbandono o abusi sessuali. Vennero così condotte moltissime indagini (lunghe e costose) per prevedere la salute mentale degli adulti che avevano subito traumi nella loro infanzia. L’obiettivo era chiaro: scovare tutte le relazioni fra passato e presente.

Come andò a finire? Sì è vero, si ebbero alcune conferme, ma complessivamente non molte. Ad esempio, gli orfani di madre prima degli undici anni, sono leggermente disposti alla depressione da adulti, ma solo se si tratta di femmine e solo per il 50 per cento degli studi. Invece la morte del padre non produce alcun influsso considerevole. Ancora, le ricerche mostrano che i primogeniti hanno un quoziente intellettivo superiore agli altri fratelli ma solo mediamente di un solo punto. Se pensi invece che il divorzio sia un trauma che lascia i segni per tutta la vita, le ricerche mostrano che esso produce lievi effetti negativi in fase di adolescenza. Ma le conseguenze si attenuano via via con la crescita, fino a sparire del tutto in età adulta.

Insomma, il quadro che si è delineato da queste ricerche è che i traumi dell’infanzia hanno sicuramente una qualche influenza sulla personalità adulta, ma si tratta comunque di un’influenza tutt’altro che importante e deterministica. Gli eventi negativi vissuti nell’infanzia, in breve, non sono responsabili dei problemi che abbiamo da adulti. Almeno secondo questi studi, non c’è alcuna giustificazione per incolpare il tuo passato per eventuali disturbi di carattere in età adulta, come rabbia, gelosia, ecc. o per patologie come depressione, ansia, disturbi alimentari, o episodi gravi come tossicodipendenza, divorzi e licenziamenti.

E poi, come se non bastasse, la maggior parte di queste indagini si è comunque rivelata metodologicamente inadeguata. Forse per il troppo entusiasmo, gli scienziati hanno completamente omesso il ruolo dei geni. A causa di questo pregiudizio, i ricercatori del periodo anteriore agli anni Novanta non considerarono l’eventualità che genitori criminali possano trasmettere geni che predispongono al crimine (ebbene sì) e che sia le malefatte dei loro figli, sia la loro tendenza a maltrattarli possa derivare dalla natura più che dall’educazione. Ad oggi sono disponibili studi che tengono conto dei geni; questi studi sono di due tipi: uno studia la personalità adulta di gemelli monozigoti, ma allevati separatamente, l’altro studia la personalità adulta di figli adottivi e la paragona alle personalità dei loro genitori biologici e adottivi. Tutti questi studi hanno rinvenuto, sai cosa? Che ci sono degli importanti effetti sulla personalità adulta da parte dei geni e solo una piccola parte derivano dall’infanzia. Inaspettatamente i gemelli monozigoti allevati separatamente sono più simili, da adulti, dei gemelli dizigoti allevati insieme, riguardo molti aspetti: autoritarismo, religiosità, soddisfazione lavorativa, rabbia, depressione, intelligenza, alcolismo, nevrosi e benessere psicologico, per menzionare solo alcuni tratti caratteriali. Parallelamente, i figli adottivi sono assai più simili, da adulti, ai loro genitori biologici che non a quelli adottivi. Nessun evento dell’infanzia contribuisce significativamente a queste caratteristiche.

Credo che le ricerche future daranno sempre più ragione a questa tesi, già ampiamente verificata.

Insomma, ritengo che molte persone siano indebitamente amareggiate dal loro passato e passive nei confronti del loro futuro, perché si credono prigionieri degli eventi infausti della loro storia personale e si lasciano andare, perché tanto “il mio passato ormai mi ha segnato”. Il solo fatto di venire a conoscenza di questi dati sorprendenti, ossia che gli eventi del passato remoto esercitano in realtà un’influenza scarsa o nulla sulla vita adulta, ci deve far riflettere.

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