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La domanda “Cosa c’è di sbagliato nelle persone?” Ha guidato il pensiero di molti psicologi e ha dominato innumerevoli studi scientifici durante il XX secolo. È difficile negare che sia una domanda importante. Nei nostri tentativi di rispondere a tale questione, abbiamo acquisito conoscenza di molte malattie e abbiamo sviluppato trattamenti efficaci per una vasta gamma di problemi. Tuttavia, concentrarsi su malattie e deficit ha limitato la nostra comprensione e conoscenza alla patologia e, di conseguenza, abbiamo dedicato relativamente poca attenzione ai fattori che rendono la vita degna di essere vissuta.

In altri termini, a pochi scienziati è mai interessato porsi la domanda opposta: “Cosa c’è di giusto, di bello e di buono nelle persone?”. La visione della vita che emerge dalle parole di cui sopra è molto Inquietante: essa ci mostra l’esistenza umana come una valle di lacrime, o un oceano di sofferenza nel quale restare immersi, cercando appigli per sopravvivere, ma sempre con il malessere ad accompagnarci. Non c’è un raggio di sole, una speranza, non c’è un futuro seriamente proponibile, non c’è, specialmente, la rappresentazione della vita come qualcosa da vivere in maniera attiva, propositiva, costruttiva, in vista di un miglioramento della qualità di essa, e non solo allo scopo di combatterne gli aspetti negativi. Quand’anche, tramite la psicoterapia o il counseling orientato al male, quest’ultimo possa essere sconfitto, si crede davvero che esso non ritornerà, armato fino ai denti, se non ci costruiscono le condizioni per migliorare la qualità della vita?

E cosa propone la psicoterapia di conseguenza, nei suoi innumerevoli indirizzi? La risposta è: sempre nuove etichette diagnostiche, una cura maniacale degli aspetti negativi dell’esistenza, una indagine sempre più approfondita rivolta a far emergere ciò che il nostro inconscio ha cercato di farci dimenticare perché troppo doloroso. Insomma, la psicologia clinica si differenzia dal counseling del benessere, perché la sua attenzione è quasi interamente assorbita dal malessere, ossia dal male, che viene isolato rispetto alla persona che lo vive, e viene accudito, coccolato, messo su un palco e fotografato da tutte le angolazioni, dandogli così più importanza di quella che merita e comunque più di quella che, invece, dovrebbe essere attribuita alla promozione del benessere. Il counseling ritiene che il malessere faccia parte della nostra vita e che, quando la medicina e la psicoterapia non devono affrontare veri e propri disturbi e malattie, esso dovrebbe essere compreso nel suo significato anziché combattuto e, limitando al minimo indispensabile l’indagine sul passato, proiettarsi sul futuro secondo una visione positiva, propositiva e costruttiva.

Il counseling, quindi, non considera la lotta al male come la sua missione, perché è orientato in direzione opposta, a promuovere salute, benessere, felicità, realizzazione di sé. In apparenza, può sembrare che le Scienze del benessere e della felicità consistano banalmente nello studio di come essere perennemente felici. Qualcosa di più di uno sguardo superficiale mostra invece che il loro oggetto è una ricca esplorazione di tutto ciò che rende la vita “buona” (e anche un po’ di ciò che la rende difficile).

La filosofia positiva e tutte le scienze del benessere e della felicità si fondano su un presupposto il cui significato filosofico, prima che metodologico, va compreso molto chiaramente. Esso può essere riassunto nella posizione filosofica, non ideologica, che il male non può essere sconfitto, tantomeno riversando su di esso altro male, che la promozione del bene porta virtuosamente a maggior bene per tutti, e che una maggiore diffusione del bene, a livello individuale e collettivo, produce anche, naturalmente e spontaneamente, un arretramento del male.

L’idea che le scienze del benessere stanno cercando di dimostrare (con un certo successo) non ideologicamente o dogmaticamente, ma in base all’evidenza scientifica, è quella che la vita debba essere centrata sulla ricerca del bene anziché sulla lotta al male. Quest’ultimo trova sempre meno spazio per diffondersi se si trova a operare in un ambiente che non lo rifiuta a priori ma che preferisce orientare la vita secondo i principi psicologici della comprensione e della cooperazione, anziché quelli della diffidenza e del combattimento, e quelli filosofici della promozione del bene anziché della lotta al male.

Dal punto di vista strategico e metodologico, quindi, le Scienze del benessere stanno cercando di affermare la loro visione della vita secondo la quale il benessere dell’umanità dipende più dalle azioni che vengono poste in essere per fare materialmente del bene e per promuoverlo, rispetto a quelle che combattono il male con ogni mezzo. Bene e male sono categorie concettuali umane, non fisiche, nel senso che non esiste la possibilità di applicare queste categorie ai fenomeni naturali che si svolgono nell’universo. L’esplosione di una supernova, così come un terremoto, non sono valutabili in sé, in termini di bene o di male, se non hanno ripercussioni direttamente rilevabili sugli esseri umani o sulla Terra.

Se ci mettessimo nell’ordine di idee della psicologia positiva e delle Scienze del benessere nel gestire ogni aspetto della nostra vita, potremmo prendere finalmente in considerazione l’idea che bene e male siano fatti della stessa sostanza energetica, la quale può assumere una forma o l’altra a seconda del modo in cui la consideriamo. Se solo ci rendessimo conto che il male non è una entità immodificabile, ma è soltanto il bene che non ha potuto esprimersi, e viceversa, potremmo cominciare davvero a cercare di operare, come nella grande opera alchemica, per trasmutare il metallo vile in oro, ossia trasformare il più possibile il male in bene. Facciamo fatica a concepire questa possibilità di trasformazione e questa natura umana (che non è, in sé, né buona né cattiva, ma è tutt’e due) comprensiva di entrambe le entità, perché condizionati da una mentalità dicotomica e manichea che preferisce, per comodità e per precisi interessi di gestione del potere, dividere la realtà tra bene e male.

Così è la natura umana: una sola, comprensiva della sua componente positiva e di quella negativa, secondo le nostre valutazioni. Se la sua parte negativa è comunque parte di noi, non si ottiene nulla combattendola, perché essa reagirà difendendo se stessa. Non si può pensare davvero di vincere una battaglia se il nemico siamo noi stessi. Se vogliamo far prevalere il bene, dobbiamo agire sul contesto,sull’ambiente: se questo è favorevole al bene, quest’ultimo si diffonderà. Se immetteremo in questo ambiente negatività, contrapposizione, mancanza di comprensione e male per sconfiggere il male, non faremo altro che favorire l’ambiente di crescita del male, proprio come se cospargessimo un terreno con pesticidi, otterremmo di distruggere una parte della vita che dimorava in esso e che volevamo eliminare, ma lo renderemmo inospitale per le forme di vita che vorremmo crescessero in esso.

Il fatto è che affermare l’importanza di combattere il male, ma solo dopo averne compreso il significato concreto e specifico nelle situazioni in cui si manifesta (oltre che filosofico), e solo cercando di trasformarlo in bene anziché limitarsi a distruggerlo, suona ancora come una sorta di bestemmia filosofica. Eppure, bene e male sono manifestazioni di una stessa unità, come la simbologia del Tao ben rappresenta. Se partiamo dal presupposto che male e bene siano fatti della stessa sostanza, alberghino potenzialmente in ciascuno di noi, e che l’uno possa trasformarsi nell’altro, allora la nostra relazione con essi e il significato che attribuiamo alla vita cambia, e diventa una visione rivoluzionaria, liberatoria, votata al progresso e alla affermazione del bene sul male, senza con ciò volerlo eliminare del tutto.



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