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La domanda che mi dà lo spunto per questo articolo è davvero complicata, nonostante la semplice formulazione. La ragione è dovuta principalmente al significato che generalmente attribuiamo alla parola felicità. Molti confondono la felicità, a causa di un mero disguido semantico, con l’intensa gioia  che si sperimenta a seguito di un preciso evento. Per cui la maggior parte delle persone intende la felicità come un’emozione molto forte, piacevole sicuramente, ma di scarsa durata. In realtà sarebbe meglio chiamare questa gioia o tutt’al più entusiasmo. La felicità che si intende nella Consulenza del Benessere è invece una sensazione di pace duratura, scaturita da una vita vissuta appieno e consapevolmente. È una complessa fusione fra diversi sentimenti e stati d’animo come la gratitudine, la generosità, l’autostima, la gentilezza, ecc.

Avere delle false aspettative su cosa sia la felicità porta le persone a scambiala per un’emozione momentanea e intensa, ma che inevitabilmente tenderà a scemare col tempo e riportare il soggetto ad un livello di felicità standard, potremmo dire, intrinseco e personale. Questo fa sì che la persona sia sempre alla ricerca di nuovi episodi per rivivere, magari ancora più intensamente, i momenti di gioia. Ad esempio l’acquisto di una nuova macchina generalmente provoca gioia, ma questa gioia inevitabilmente andrà a scemare nel tempo e tenderà poco dopo a spingere la persona stessa a voler acquistare una macchina più potente e così via, come il classico criceto che gira nella ruota, affaticato, ma senza andare da nessuna parte. Questa errata interpretazione può portare anche a sperimentare dei sensi di colpa. I sensi di colpa, infatti, proprio come fossero delle erbacce, sono sempre presenti e vigili nelle interazioni umane. In questo caso il senso di colpa può scaturire in persone che, nonostante abbiano una buona consapevolezza di sé, si rendano conto del fatto che in questo modo non raggiungeranno mai la felicità duratura. Ed è proprio dalla constatazione di questa verità che possono nascere i sensi di colpa, perché si vedranno come degli incapaci e/o dei disagiati.

L’approccio della Consulenza del Benessere è nettamente in contrasto con la psicoterapia e ancor meno con il ricorrere alla farmacologia. Questa, infatti, non può certo curare un disagio esistenziale e una mancanza/errata consapevolezza di se stessi. Ovviamente va fatta eccezione quando siamo in presenza di patologie cliniche, come le nevrosi, in tal caso il discorso cambia. La psicoterapia, anche se ha un approccio diverso, maggiormente incentrato sul disagio e non sulla persona, potrebbe rappresentare un buon investimento di tempo per riconoscere il problema e tentare di superarlo, almeno come punto di partenza. La differenza principale fra la psicoterapia, la medicina clinica e la Consulenza del Benessere è che quest’ultima non tratta le persone come malati (pazienti), ma come esseri umani, sempre degni della massima considerazione e del massimo rispetto. Al centro c’è la persona in quanto tale e non la sua patologia da curare.

Ma attenzione, quanto affermato non vuole di certo sminuire l’importanza delle emozioni positive. Infatti, oltre a farci sentire semplicemente bene, le emozioni positive sono anche un pezzo importante del cosiddetto puzzle della felicità, come amano definirlo gli psicologi positivi americani. Sicuramente non è possibile ottenere felicità e benessere duraturi basati esclusivamente sul piacere temporaneo ed edonistico. Tuttavia le emozioni positive spesso forniscono le fondamenta per quei momenti fugaci ma significativi che rendono la vita degna di essere vissuta; per esempio, la gioia di dire “sì, lo voglio”, quando si contrae matrimonio, l’amore che letteralmente travolge il genitore quando regge il suo neonato per la prima volta o l’immensa soddisfazione che si ottieni dal realizzare qualcosa di grande nella propria carriera. Le emozioni positive, nonostante possano sembrare avere poco scopo oltre a farci sentire bene, svolgono in realtà anche alcune funzioni sul piano neurofisiologico molto importanti.

In sintesi possiamo affermare che la felicità è rappresentata da un senso di benessere diffuso e duraturo, nei limiti umani certo, e che influenza notevolmente la qualità delle nostre vite. È principalmente basata su due macro componenti:

1. la soddisfazione della vita (componente cognitiva)

2. l’affetto positivo (componente affettiva)

Il benessere soggettivo si concentra sull’aspetto edonistico, cioè la ricerca della felicità e di una vita piacevole. La prospettiva dell’affetto positivo, invece, si concentra sul benessere eudemonico, che è la realizzazione del potenziale umano e di una vita consapevolmente ricca di significato.



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