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Quando conobbi Fabiana fui subito impressionato dalla forza e dalla determinazione che la circondava come un’aurea. Mi raccontò un po’ di sé e di quello che faceva. Quasi quarantenne, vice direttore in una filiale bancaria, divorziata da cinque anni, nessun figlio e nessun cagnolino. Vestiva in maniera elegante ma sobria e con quegli occhialini che portava, mi ricordava la mia professoressa di matematica. Aveva un tono di voce deciso, ma il timbro tradiva una leggera ansia di sottofondo. Le chiesi perché era venuta da me e come potevo aiutarla.

Mi raccontò che negli ultimi mesi non dormiva bene, si alzava angosciata e sul lavoro le era capitato un paio di volte di fare degli errori. “Non è da me, sono sempre stata precisa nei miei compiti, per fortuna che i miei sbagli non hanno avuto gravi conseguenze”. Per lei quelle dimenticanze pesavano come un macigno e non riusciva a darsi pace. Tentai di spostare la sua attenzione e le chiesi cosa le piacesse fare nel tempo libero. “Lavoro molto e non ho molto tempo per me, tuttavia appena posso vado nella zona dei laghi per delle lunghe passeggiate nella natura”. Man mano che mi raccontava della sua vita la sua voce si faceva sempre più rilassata e i muri che aveva stabilito all’inizio del colloquio, iniziavano a dissolversi. Quando le chiesi del suo passato e di raccontarmi qualcosa che riteneva importante, iniziò a parlare di suo padre. Era un dirigente in una multinazionale e lei era molto legata a lui. Purtroppo lo vedeva poco, perché arrivava tardi dal lavoro, quando lei stava per andare a letto. Lui era molto esigente con lei, se portava dei buoni voti da scuola, non le faceva mai un complimento, anzi, diceva che aveva fatto ‘metà del suo dovere’. Per contro, se il voto era anche solo sufficiente, si infuriava, dicendole che se avesse continuato così sarebbe diventata una poco di buono come la zia. La zia, sorella di suo padre, faceva lavori saltuari in giro per il mondo, sempre con uno zaino in spalla e la voglia di non fermarsi per più di un anno nello stesso posto. A lei piaceva sua zia e pensava che la sua vita non fosse per niente male. Fabiana a questo punto inizio a piangere sommessamente. “Non capisco perché mio padre fosse così severo e per giunta mia madre non prendeva mai le mie difese”. Poi aggiunse: “Vorrei tanto parlargli ora e chiedergli come mai non mi abbracciasse mai, nemmeno una parola di conforto quando non stavo bene. L’unica cosa che gli importava erano quei maledetti risultati a scuola e all’università.” Poi aggiunse: “Quando mi laureai non mi parlò per settimane, solo perché non avevo preso il massimo dei voti. ”Gli chiesi allora cosa le impedisse di farlo adesso e Fabiana, con gli occhi rossi, mi disse che suo padre era morto quando lei aveva appena compiuto ventiquattro anni.

La storia di Fabiana è emblematica e purtroppo non è stata l’unica di questo genere. Ognuno di noi quando è piccolo è alla spasmodica (a volte inconsapevole) ricerca di affetto e di approvazione. Ottenerle è essenziale affinché il bambino cresca sicuro e diventi un adulto bene inserito nella società, ma soprattutto felice e soddisfatto della sua vita, qualunque essa sia. Fabiana non aveva avuto l’amore di cui aveva così tanto bisogno e quella bambina insoddisfatta viveva ancora dentro di lei.
Probabilmente cercava questo affetto altrove, ad esempio sul lavoro, dove però non si concedeva il minimo errore, perché ‘addestrata’ dal padre ad essere infallibile.

Tutti noi abbiamo questo bambino interiore che vuole essere ascoltato, capito e accudito. Se questo non avviene, tenderemo a cercare affetto al di fuori di noi, come nel lavoro, nelle relazioni, nelle amicizie. Questa spasmodica e ossessiva ricerca può generare però situazioni poco sane. Ad esempio una donna che si sente insoddisfatta e in costante ricerca di affetto, potrebbe buttarsi a capofitto in una relazione tossica che la fa stare solo più male.
Dei bambini bisognosi diverranno allora degli adulti rigidi, diffidenti, iper responsabili e controllati, con un senso di vuoto mai colmato che rimane indefinito e indicibile. L’incontro con il proprio bambino interiore è il primo passo che si può compiere, per curare le ferite e per liberare le energie vitali accumulate e rimaste silenti dentro.


Fabiana ritrovò piano piano la sua serenità. Le consigliai di andare in quei boschi e sedersi sulle sponde del lago. Di chiudere gli occhi e di immaginare suo padre che l’abbracciava. Poi le dissi di scrivergli una lettera dove avrebbe detto tutto ciò che sentiva su di lui e di aggiungere alla fine una frase di perdono verso il padre, di accettazione delle sue debolezze e dei suo comportamenti verso di lei. Fabiana fece questo per qualche giorno e ogni volta che scriveva la lettera si sentiva sempre più leggera e in armonia con la vita e sentiva che quel vuoto interiore che portava dentro di sé da tanto tempo, si stava poco a poco rimarginando.



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