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Il primo posto dove cercare una definizione di “consapevolezza” o mindfulness è su Wikipedia:

In psicologia, con il termine consapevolezza (awareness in inglese) si intende la capacità di essere a conoscenza di ciò che viene percepito e delle proprie risposte comportamentali.


In altri termini potremmo anche dire che:

“La consapevolezza è il processo psicologico di portare la propria attenzione alle esperienze interne ed esterne che si verificano nel momento presente, la quale attenzione può essere sviluppata attraverso la pratica della meditazione e altri allenamenti.”


E aggiungere infine che:

“La consapevolezza è la capacità umana fondamentale di essere pienamente presenti, consapevoli di dove siamo e di ciò che stiamo facendo, e non eccessivamente reattivi o sopraffatti da ciò che sta accadendo intorno a noi.”


Ma vediamo se tale definizione può ulteriormente essere arricchita tramite il contributo di scienziati o ricercatori (scientifici o spirituali) che dedicano la loro vita allo studio della consapevolezza:


“Consapevolezza significa prestare attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in maniera non giudicante.”

Jon Kabat-Zinn – biologo e scritto che ha esportato la mindfulness in Occidente.


“La consapevolezza ci mostra cosa sta accadendo nei nostri corpi, nelle nostre emozioni, nelle nostre menti e nel mondo. Attraverso la consapevolezza, evitiamo di danneggiare noi stessi e gli altri.”

Thich Nhat Hanh – monaco e scrittore vietnamita


“La consapevolezza nel suo senso più generale riguarda il risveglio da una vita vissuta “in automatico” e l’essere sensibili alla novità nelle nostre esperienze quotidiane. Con consapevolezza cosciente il flusso di energia e informazione che è la nostra mente entra nella nostra attenzione cosciente e possiamo apprezzarne il contenuto e regolare il suo flusso in un modo nuovo. La consapevolezza, in realtà implica qualcosa di più del semplice prendere atto di un determinato oggetto o fenomeno: implica essere consapevoli degli aspetti della mente stessa. Invece di agire guidati da impulsi e meccanismi automatici che non coinvolgono la cognizione se non marginalmente, la consapevolezza ci aiuta a risvegliarci. Riflettendo sulla mente siamo in grado di fare delle scelte e quindi il cambiamento diventa possibile.”

Daniel J. Siegel, psichiatra – direttore del Mindful Awareness Research Center


Dall’antico aforisma greco “conosci te stesso”, alla più recente psicologia occidentale, il tema dell’auto-consapevolezza è stato studiato da sempre dai filosofi e dall’inizio del secolo scorso dagli psicologi. In parole povere, l’autoconsapevolezza è una consapevolezza del sé, ciò che rende la propria identità unica. Questi componenti includono pensieri, esperienze e abilità.

Tuttavia, è importante riconoscere che l’autoconsapevolezza non riguarda solo ciò che notiamo di noi stessi, ma anche il modo in cui osserviamo e monitoriamo il nostro mondo interiore. Ma se la qualità non giudicante è una componente essenziale dell’autocoscienza, come possiamo lavorare in tal senso? Quando notiamo cosa sta succedendo dentro di noi, possiamo riconoscerlo e accettarlo come parte inevitabile dell’essere umani, piuttosto che entrare nella modalità di combattimento contro le avversità, secondo la mentalità biomedica e psicologica tradizionale.

La consapevolezza di sé va al di là dell’accumulo di conoscenza su noi stessi: si tratta anche di prestare attenzione al nostro stato interiore con la mente di un principiante e un cuore aperto. La nostra mente è estremamente abile nel memorizzare informazioni su come reagiamo a un determinato evento per formare un modello della nostra vita emotiva. Tali informazioni spesso finiscono per condizionare la nostra mente a reagire in un certo modo quando incontriamo un evento simile in futuro.

La consapevolezza di sé ci permette di essere consapevoli di questo condizionamento e dei preconcetti della mente, che possono costituire il fondamento per liberare la mente da esso. In più, la consapevolezza di sé è la base dell’intelligenza emotiva, secondo Daniel Goleman.

La capacità di monitorare le nostre emozioni e pensieri da un momento all’altro è la chiave per capire meglio noi stessi, essere in pace con chi siamo e gestire in modo proattivo i nostri pensieri, emozioni e comportamenti. Inoltre, le persone consapevoli tendono ad agire consapevolmente (piuttosto che reagire passivamente) e tendono ad avere una buona salute psicologica e una visione positiva della vita. Hanno anche una maggiore profondità dell’esperienza di vita e sono più propensi a essere più compassionevoli.

Un’indagine di Sutton (2016) ha esaminato le parti componenti dell’autocoscienza e i loro benefici. Questo studio ha scoperto che gli aspetti di auto-riflessione, intuizione e consapevolezza della consapevolezza di sé possono portare a benefici come diventare una persona più accettabile, mentre gli aspetti di ruminazione e mancanza di consapevolezza possono portare a squilibri emotivi. Inoltre, numerose ricerche hanno dimostrato che la consapevolezza di sé è un tratto cruciale dei leader aziendali di successo: in uno studio condotto da Green Peak Partners e dalla Cornell University, ad esempio, sono stati studiati 72 dirigenti di aziende pubbliche e private e si è riscontrato che un alto punteggio di autocoscienza era il più forte predittore del successo complessivo.

Ma se la consapevolezza di sé è così importante, perché non siamo più auto-consapevoli?

La risposta più ovvia è che la maggior parte delle volte siamo semplicemente “non lì” per osservare noi stessi. In altre parole, non siamo lì per prestare attenzione a quello che succede dentro o intorno a noi. I nostri pensieri vagano, semmai, fra il passato e il futuro. Ma questi sono solo illusioni temporali, l’unica cosa realmente vera è il momento presente.

Gli psicologi Matthew Killingsworth e Daniel T. Gilbert hanno scoperto che quasi la metà delle volte operiamo con il pilota automatico o inconsapevoli di ciò che stiamo facendo o di come ci sentiamo, mentre la nostra mente si aggira in un altro posto diverso da qui e ora. Oltre alle continue peregrinazioni mentali, i vari pregiudizi cognitivi influenzano anche la nostra capacità di avere un’accurata comprensione di noi stessi; tendiamo a credere a narrative che supportano il nostro senso di sé già esistente. Ad esempio, se abbiamo una solida convinzione di essere un amico di alta qualità e leale, è probabile che interpreteremo gli eventi, anche quelli in cui forse abbiamo commesso un errore, come un’anomalia della nostra identità di “amico leale”. Questa convinzione preesistente su noi stessi potrebbe influenzare il modo in cui gestiamo le conseguenze delle nostre credenze, ad esempio, dimenticando di un appuntamento a pranzo con un amico.

Inoltre, il bias di conferma può indurci a cercare o interpretare le informazioni in un modo che conferma il nostro pregiudizio (giudizio precedente) di qualcosa e la mancanza della volontà di ottenere un feedback potrebbe funzionare anche contro di noi se vogliamo avere una visione più olistica di noi stessi attraverso gli occhi degli altri. Ciò che complica ulteriormente il quadro sono i diversi aspetti del sé a cui ci rapportiamo nella vita di tutti i giorni.

Daniel Kahneman, vincitore del premio Nobel per il suo contributo alla psicologia, spiega la differenza tra “Sé che sta vivendo” e “Sé che si ricorda”, e come questo influenza il nostro processo decisionale. C’è molta differenza tra come ci sentiamo mentre viviamo una esperienza nel momento stesso e come la ricordiamo, al punto che l’esperienza può essere molto diversa e condividere solo il 50% di correlazione. Questa differenza può avere un impatto significativo sulla storia che stiamo raccontando a noi stessi, sul modo in cui ci relazioniamo con noi stessi e con gli altri, e sulla decisione che prendiamo, anche se potremmo non notare la differenza il più delle volte.

Per i nostri scopi, possiamo dire che l’autoconsapevolezza consiste nell’essere consapevoli delle nostre identità e delle esperienze vissute e di come si relazionano con quelle di altre persone. L’attenzione auto-focalizzata, invece, consiste semplicemente nel pensare a noi stessi. L’attenzione auto-focalizzata potrebbe significare, per esempio, che un consulente pensa a quanto è ansioso riguardo alla seduta di counseling perché non sa come gestire la situazione, il che porta il cliente a pensare che il consulente non gli presti attenzione. La consapevolezza di sé, invece, significherebbe che il consulente si rende conto che se è ansioso durante la seduta, ciò può indicare (ad esempio) che il cliente è in ansia e gliela trasmette, oppure si rende conto di non essere focalizzato sulla seduta e di pensare ai propri problemi, e può prendere immediati provvedimenti. Essere consapevoli di sé su tutti gli aspetti dei propri pensieri è fondamentale, piuttosto che essere consapevoli dell’emozione attuale che si prova.

Infine, una importante precisazione, la mindfulness è slegata dal concetto delle religioni, ma è semmai legata alla spiritualità, intesa questa come ricerca del divino in sé. Inoltre non bisogna confondere la mindfulness con la meditazione. Si può praticare la consapevolezza anche nella vita quotidiana e in ogni momento.

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