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Nel panorama normativo purtroppo, la specializzazione di counselor non è al momento ancora regolamentata. In altre parole, non esiste un esame obbligatorio, né un albo professionale in cui iscriversi. La conseguenza è che purtroppo chiunque può auto proclamarsi counselor, magari dopo appena un paio di weekend di lezioni o, addirittura, senza alcuna preparazione.

Per questi motivi, è intuibile per quale motivo le persone che necessitano di un aiuto siano così diffidenti. Come darli torto! Ci sono delle caratteristiche come professionista, ma anche come uomo, che fanno la differenza tra un bravo counselor e uno che si auto definisce tale, ma che non lo è.

Alcune di queste cose le puoi chiedere direttamente al tuo counselor, altre le puoi verificare nel colloquio. L’importante è che tu comprenda il fatto che è tutto il tuo diritto conoscere la persona con cui farai counseling.

Partiamo dal primo punto, il più importante. Il counselor deve aver intrapreso un percorso formativo specialistico di 3 anni, presso un ente riconosciuto, come una Università. Avere un master non basta però, è solo il punto di partenza. Un bravo professionista dovrà assolutamente e necessariamente continuare a formarsi per tutta la vita, leggendo libri, frequentando corsi e facendo esperienza.

Il percorso di apprendimento del counselor può essere visto da due prospettive complementari: da un lato, l’acquisizione e il progressivo miglioramento delle abilità di base, degli aspetti più tecnici della professione; dall’altro, un percorso di crescita e di arricchimento personale, di conoscenza di sé e degli altri, di apertura alla vita, che sia molto ampio e collegato ai vari ambiti di vita, oltre che a quello professionale.

Ci sono poi tutta una serie di qualità che il bravo counselor deve possedere, a livello di caratteristiche umane e relazionali, per poter aiutare adeguatamente e in modo professionale il cliente.

  • interesse genuino per altre persone;
  • interessi personali che esulino dal contesto del counseling (per evitare che i clienti possano essere necessari al counselor per soddisfare sue carenze o insoddisfazioni personali e relazionali);
  • interessi culturali e artistici;
  • capacità di gestire efficacemente i problemi della propria vita, tramite l’impiego di strategie idonee oppure, se necessario, sottoponendosi ad un counseling personale;
  • capacità di prendersi cura di se stessi;
  • una buona autostima;
  • capacità di ammettere i propri errori e imparare da essi;
  • senso dell’umorismo;
  • adeguata flessibilità di pensiero, creatività, abilità di problem solving;
  • capacità di rilassarsi:
  • obiettività e assenza di pregiudizi:
  • consapevolezza, accettazione e rispetto per le differenze individuali, culturali, etniche, religiose e di orientamento sessuale;
  • capacità di formare e mantenere relazioni;
  • chiari limiti emozionali rispetto a se stessi e ai clienti:
  • un atteggiamento non giudicante verso gli altri:
  • capacità di insight riguardo alle proprie ambizioni e ai propri obiettivi personali;

In definitiva, secondo diversi autori, il counselor dovrebbe disporre di un bagaglio di competenze più ‘tecniche’, collegate alla gestione interpersonale del rapporto col cliente e alla capacità di facilitare la comunicazione, che possiamo chiamare abilità di base del counseling. Inoltre dovrebbe possedere anche altre competenze e caratteristiche che lo configurano come una persona sufficientemente ‘sana’, adattata, aperta e rispettosa delle relazioni, del cambiamento e, più in generale, della vita.

Tuttavia, fra le caratteristiche che un bravo counselor dovrebbe possedere, ne manca una, che per me è forse la più importante, direi fondamentale per l’instaurazione corretta di un rapporto di counseling.

  • capacità di sentire e di comunicare empatia

Di che si tratta esattamente?

La comprensione empatica è uno strumento che non può mancare nel bagaglio di un counselor.

Con tale espressione si intende il fatto che il counselor è in grado di sperimentare una profonda comprensione del mondo soggettivo del suo cliente e, al contempo, che sia capace di comunicare all’altro il proprio tentativo di immedesimazione e comprensione.

Il termine Einfühlung (letteralmente ‘sentire dentro’), successivamente tradotto come empatia, è stato introdotto dal poeta Novalis per esprimere quella sensazione dell’uomo che gli permette di sentirsi dentro e all’unisono con la natura, al fine di comprenderla. Carl Rogers, il padre del counseling centrato sul cliente, definisce l’empatia come la capacità di sentire il mondo più intimo dei valori personali del suo cliente come se fosse proprio, senza mai perdere la qualità del ‘come se’ [Rogers 1970, 92].  Ciò significa, ad esempio, essere in grado di sentire lo stato d’animo del cliente, la confusione, la timidezza, la rabbia, il senso di ingiustizia, come se fossero propri. Al contempo, questo deve avvenire senza che si perda il confine fra sé e l’altro, senza annullare la distanza, senza che questi sentimenti del cliente si confondano con i propri. In altre parole l’empatia implica la capacità di mettersi al posto dell’altro, di vedere il mondo coi suoi occhi, mantenendo una sufficiente separazione fra sé e l’altro individuo.

L’importanza dell’empatia è data, in primo luogo, dal fatto che è alla base della possibilità di raggiungere una profonda comprensione dell’altro, per promuovere l’aiuto. La comprensione empatica, infatti, raramente viene sperimentata dal soggetto nella vita di tutti i giorni. Difatti è molto più facile e frequente, sempre secondo Rogers, avere relazioni che offrono altre forme di comprensione, meno profonde e autentiche, in quanto più valutative e giudicanti. È come se questi rapporti fossero basati più sul giudizio, che sulla comprensione: “Capisco cosa non va in te” più che “Ti capisco”. Se invece, dice sempre Rogers, “Qualcuno capisce come sento e come penso di essere, senza volermi analizzare o giudicare, allora sento di potere, in una tale atmosfera, aprirmi e crescere”.

La propensione alla comprensione empatica, dunque, è il mezzo attraverso il quale il counselor entra in relazione con il cliente, si avvicina al suo mondo soggettivo e cerca di comprenderne i sentimenti, gli stati d’animo e i punti di vista. L’atteggiamento di ascolto empatico crea il contesto relazionale su cui costruire l’aiuto e il cambiamento.

Se sei interessato all’argomento, ti consiglio i seguenti articoli:

Cosa è il counseling.

Approfondimento sul counseling.

Differenza tra counseling e psicoterapia.



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